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Il TNPEE: un professionista eclettico, confluenza di diverse discipline riabilitative

Agli inizi del secolo scorso, fra le prime istituzioni riabilitative per l’infanzia presenti in Italia si trovano le ‘Scuole speciali per motulesi’, per ‘fanciulli rachitici e storpi’, oppure per bambini poliomielitici. Anche i problemi di linguaggio, inizialmente considerati quasi solo nell’ambito del deficit uditivo, e i deficit visivi vengono trattati in istituti che si configurano inizialmente come Scuole speciali.

La TNPMEE degli inizi raccoglie le eredità di tali istituti, adottando tutte le metodologie e gli strumenti allora a disposizione. Bollea promuove un approccio eclettico, inserito in una ‘presa in carico globale’ del bambino, che tuttora caratterizza la TNPMEE. La sua specificità non risiede tanto nelle patologie delle quali si occupa, quanto nel fatto di prendersi cura di un essere che si trova in via di sviluppo, anche se con modalità anomale o francamente patologiche, e di inserirsi nella sua storia naturale cercando di indirizzarla opportunamente. Sul piano metodologico, il percorso della TNPMEE parte dalla fisiochinesiterapia, accoglie le tecniche di facilitazione neuromuscolare, arriva alla psicomotricità, alla psicologica genetica, alla neuropsicologia, alla neurolinguistica.

Nel dopoguerra le risorse economiche sono molto limitate e grazie alle borse di studio Fulbright messe a disposizione dagli U.S.A. è possibile reclutare, tramite l’Ambasciata Americana a Roma, dei terapisti statunitensi con esperienza dell’età evolutiva, due donne e un uomo, che sono i primi docenti per le terapiste romane. Ad occuparsi della cosa e ad adattare alle esigenze della NPI lo schema di valutazione e le tecniche di trattamento utilizzate dai terapisti americani è Marinella Rosano, ancora studentessa. Nello scarno bagaglio terapeutico posseduto da questi terapisti, oltre a nozioni di logopedia e di fisiokinesiterapia c’è l’occupational therapy (OT), una sorta di allenamento per bambini e adulti con deficit intellettivi e/o del movimento ad eseguire gli atti della vita quotidiana. La TNPMEE fin dall’inizio attinge dalla cultura kinesiologica, non solo sul piano del trattamento, ma anche su quello della valutazione; tuttavia nell’impostazione data dalla Rosano si cominciano a valutare i pattern posturo-motori semplici e complessi, piuttosto che la contrazione dei singoli muscoli; l’assetto tonico globale e segmentale piuttosto che la resistenza ai movimenti passivi. Anche la O. T. viene modificata appena ci si rende conto che se non si riabilitano le funzioni neurologiche che ne sono alla base (tono, movimento, postura, equilibrio, coordinazione) non si raggiungono le abilità che l’OT vuole conseguire.

Anche la tecnica della facilitazione neuromuscolare viene inserita tra quelle a disposizione della TNPMEE. Introdotta negli anni ’40’-50 per il trattamento degli esiti della poliomielite dal neurofisiologo americano Herman Kabat insieme alle terapiste Margaret Knot e Dorothy Voss, tale tecnica tenta di influire sui circuiti nervosi alla base del movimento intenzionale attraverso fenomeni neurofisiologici di facilitazione e di inibizione. Lo scopo è quello di arrivare a modificare permanentemente il funzionamento di tali circuiti, reiterando più volte delle afferenze in grado di influenzarli: precise sequenze di movimenti, stimolazioni propriocettive, posture.

Dal metodo ‘spazio-temporale’ elaborato attorno agli anni ’20 dall’insegnante Ida Terzi per il trattamento dei non vedenti, la TNPMEE trae ispirazione per le altre patologie infantili. Si tratta di un’esperienza motoria dello spazio alternativa a quella visiva, basata su percorsi prima ortogonali e poi secondo linee diverse, rette e curve, facilitati da ritmi battuti su strumenti a percussione. Tali concetti si avvicinano molto a quelli della psicomotricità (il cui nome compare accanto all’aspetto “neuro” nella denominazione della TNPMEE). Il contatto con gli psicomotricisti avviene per iniziativa di Giovanni Bollea, che li ha conosciuti in Svizzera e in Francia. La TNPMEE non è tanto interessata alle applicazioni educative o psicoterapeutiche della psicomotricità, quanto ad adottare ciò che tale orientamento può offrire allo sviluppo infantile normale e patologico: i concetti di schema corporeo e di organizzazione funzionale dell’asse corporeo, il significato emotivo e relazionale delle variazioni del tono muscolare e dell’atteggiamento posturale, gli esercizi di ritmo, il valore cognitivo dell’esplorazione motoria dell’ambiente. Nella TNPMEE viene infatti rifiutata la concezione meramente kinesiologica del movimento, che nell’essere umano non può essere dissociato dalle componenti sensitivo-sensoriali, motivazionali, emotive e cognitive che lo originano e lo accompagnano; come dire che non esistono atti motori, bensì psicomotori. Sul versante patologico, e quindi riabilitativo, le suddette componenti debbono perciò essere valutate e trattate in un approccio globale che, come abbiamo detto, qualifica la TNPMEE.

Sempre nel dopoguerra, accanto alle Scuole speciali di cui si è parlato, con l’istituzione della scuola dell’obbligo (1962), essendosi evidenziata la grande diffusione dei problemi cognitivi, nascono e si moltiplicano le classi differenziali, nelle quali di fatto confluiscono bambini con problematiche assai disomogenee, a volte anche con affezioni organiche che non comportano alcun problema di apprendimento. Grandi casistiche di bambini con deficit cognitivi cominciano ad affluire alla NPI, che sta iniziando gli studi neuropsicologici sui disturbi specifici di apprendimento. A Roma la neurolinguistica e la neuropsicologia cominciano ad essere applicate ai disturbi del linguaggio e ai deficit cognitivi per iniziativa di Gabriel Levi, un altro assistente di Bollea. Si attua via via un passaggio dai gruppi pedagogici ai gruppi di trattamento NPMEE in ospedale diurno, avviati nel 1973 e coordinati da Anna Fabrizi.

Un altro contributo alla TNPEE viene dalla psicologia genetica, nata dagli studi dello psicologo svizzero Jean Piaget, personalmente conosciuto da Bollea in un’epoca nella quale in Italia ancora non esistevano corsi di psicologia. Nell’impostazione data da Bollea e da Levi per gli operatori della TNPMEE le fasi piagettiane dello sviluppo divengono la cornice di riferimento sia per la valutazione che per l’intervento riabilitativo nei deficit cognitivi.