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Ottobre 2016 - Nuovi risultati in tema di Theory of mind e Falsa credenza

KRUPENYE et al., Great apes anticipate that other individuals will act according to false beliefs, Science,  07 Oct 2016, vol. 354, pp. 110-114


altSono passati quasi 40 anni da quando, nel 1978, i primatologi Premack e Woodruff pubblicarono uno studio sulla capacità dei primati di attribuire stati mentali all’uomo. Esso aprì la strada a numerose ricerche successive, che contribuirono alla definizione del costrutto della Teoria della mente, all’osservazione del suo sviluppo nei bambini e al paradigma della falsa credenza, che tanta rilevanza ha avuto nello studio di quelli che oggi sono i Disturbi dello spettro autistico (DSM-5), sia per quanto riguarda gli aspetti teorici che per quelli clinico-riabilitativi.   
Il 7 ottobre scorso Science, la prestigiosa rivista scientifica statunitense, ha pubblicato i primi risultati di una nuova ricerca, Great apes anticipate that other individuals will act according to false beliefs, condotta da Krupenye, Kano, Hirata, Call e Tomasello e che qui è occasione per tornare sul tema della falsa credenza.
Per i non abbonati a Science al momento è visibile solo l’articolo che rende conto dei risultati della ricerca a firma di V. Morell, cui è allegato anche un video particolarmente esplicativo che qui linkiamo.
In sintesi, i primati che hanno preso parte allo studio (17 su 30 soggetti) hanno per la prima volta superato un test sulla falsa credenza, opportunamente riadattato secondo i principi e le conclusioni cui sono giunte le più recenti ricerche volte ad escludere possibili interferenze e bias legati a stimoli di natura percettiva.
Fino ad oggi, viceversa, pur avendo mostrato sorprendenti abilità in alcuni aspetti della teoria della mente, i primati non hanno mai superato test di falsa credenza (ritenuta per questo prerogativa esclusivamente umana).
Il rigore della ricerca è garantito dal nome degli autori e dalla stessa autorevolezza della rivista che la pubblica, tuttavia i risultati non sono affatto conclusivi. Seppur molto interessanti, essi, a detta di autorevoli commentatori, sembrano aprire nuovi e ulteriori avvincenti quesiti piuttosto che fornire risposte definitive, come è giusto che sia nel campo della ricerca scientifica e a maggior ragione in quello delle neuroscienze: per certi versi “si torna al via” come chiosa sul medesimo numero di Science il primatologo Frans B.M de Waal.
Il metodo adottato nello studio di Krupenye et al. ricorre ad un’interessante applicazione delle moderne tecniche di eye tracking (che stanno avendo le più svariate applicazioni in una vastissima gamma di settori scientifici), che consente in questo caso di aggirare il problema costituito dal ricorso al canale linguistico nella presentazione del test sulla falsa credenza, richiedendo ai soggetti implicati solo un compito di memoria di un evento, senza ulteriori richieste ad alto carico cognitivo. La registrazione dei movimenti oculari e quindi l’individuazione del focus attentivo dei primati esposti ad una scena in cui opera il principio della falsa credenza dimostrano che essi reagiscono al test guardando nella direzione dove è ragionevole che guardi l’attore della scena sulla base di informazioni erronee, a prescindere dalle informazioni corrette che invece essi stessi possiedono. Essi infatti orientano la propria attenzione verso il luogo che sanno per certo non celare l’oggetto rimosso, al rientro del soggetto che lì lo ha precedentemente visto nascondere prima di una serie di ulteriori passaggi a lui invisibili e alla sua definitiva uscita di scena. Ciò dimostra che i grandi primati possono anticipare le azioni di agenti che si fanno guidare da una falsa credenza senza lasciarsi fuorviare dalle proprie conoscenze sullo stato delle cose, possono seguire le altrui prospettive e quindi verosimilmente cogliere le altrui credenze.
Quali sono le implicazioni di questi, seppur provvisori, risultati? Essi concernono intanto gli studi filogenetici ossia la possibilità di verificare la presenza di maggiori somiglianze nel modo in cui opera la mente umana e quella dei primati e quindi di individuare una matrice comune o forse un possibile progenitore comune dotato di tali abilità.
In secondo luogo forniscono intriganti spunti ed elementi per gli studi legati all’acquisizione nell’uomo delle competenze di teoria della mente e alla loro traiettoria evolutiva tipica, per il quale rinviamo tra le altre alle ricerche di V. Southgate dell’Università di Londra, che applica le tecniche di eye tracking a bambini di due anni (cfr. articolo in calce).
Infine hanno conseguenze potenzialmente rilevanti per la ricerca legata al ruolo che gioca la teoria della mente, e in particolare il principio della falsa credenza, nella definizione del profilo di sviluppo dei bambini con diagnosi di spettro autistico: valore patognomonico? fattore operante nella costruzione del profilo? possibile cruciale area di intervento?
Relativamente a quest’ultimo ambito, che è quello che ci riguarda da vicino, in attesa dei prossimi certamente interessanti risultati delle future ricerche, due sono le riflessioni che si possono fare o, forse meglio, rinnovare:
- la prima è relativa alla differenza che corre tra la comprensione della falsa credenza e la sua effettiva integrazione nella condotta; esattamente come gli autori dello studio dichiarano in relazione ai grandi primati, tale differenza è tuttora da verificare e sembra sovente operare in molti profili di disabilità e per molti bambini che, su un piano logico, superano alcune prove di falsa credenza (come i grandi primati dello studio) ma nelle relazioni e nelle condotte quotidiane non sanno ricorrervi di fronte a molte situazioni problematiche;
- la seconda considerazione, speculare alla precedente, attiene al fatto che in tale competenza sono implicate abilità linguistiche (e cognitive) che talvolta risultano di ostacolo al superamento delle prove, senza che ciò necessariamente significhi una assenza di comprensione del principio della falsa credenza.
Insomma, non superare il test di Ann e Sally significa non avere questa competenza? E superarlo significa poi essere in grado di far leva su questa abilità per agire e decodificare la realtà o guidare la propria condotta in relazione agli altri?
Utilizzare con i bambini autistici l’eye tracking method consentirebbe di aggirare vari problemi di comprensione linguistica e di indagare meglio l’effettiva acquisizione di questa e di altre abilità legate al concetto di teoria della mente.

Arianna Sfecci - Tnpee

Articolo V. Southgate, Action Anticipation Through Attribution of False Belief by 2-Year-Olds 

 


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